Dalla Biennale 2018 alle grandi Archistar: la questione donne e architettura

Freespace
Nell’anno in cui saranno Yvonne Farrell e Shelley McNamara, fondatrici di Grafton Architets, a curare la Mostra Internazionale di Architettura dal 26 maggio al 25 novembre 2018, torna alla ribalta la necessità di parlare del binomio donne e architettura. 

L’edizione della Biennale diretta dalle due architette irlandesi si chiamerà Freespace e sarà incentrata proprio sul concetto di spazio: lo spazio pubblico, libero, della necessità di spazio significativo o dell’architettura, ma anche dell’assenza della stessa. Un invito collettivo a discutere sul tema con una Mostra per la quale sono stati coinvolti ben 71 partecipanti complessivi e 2 sezioni speciali: 

• Close Encounter, meetings with remarkable projects, in cui 16 partecipanti rifletteranno su lavori noti del passato 

• The Practice of Teaching, in cui saranno raccolti i lavori, ottenuti nell’ambito dell’insegnamento, di 12 partecipanti selezionati 

Ma chi sono Farrell e McNamara? Per i non addetti ai lavori si tratta di due delle maggiori figure dell’architettura internazionale contemporanea. Entrambe irlandesi, fondano il loro studio d’architettura, la Grafton Architects, nel 1978 e nel curriculum hanno più di 20 anni di lavoro accademico e insegnamento nell’University College di Dublino, Cambridge University, The London Metropolitan School of Architecture, Yale, ma anche Svizzera e Italia. Due eccellenze europee vincitrici di numerosi premi, tra cui il World Building of the year Award 2008 per l’edificio dell’università Bocconi a Milano, ma anche il RIBA International Prize 2016 e il Leone d’Argento alla Biennale del 2012, solo per citarne alcuni. Un curriculum impressionante garanzia di successo per la loro avventura in Biennale. 

Esiste allora una questione di genere anche nell’architettura? Lo squilibrio tra numero di “Archistar" maschili e femminili esiste, lo strapotere degli uomini in architettura è evidente, eppure questo non implica una minore preparazione delle architette, anzi. Il coinvolgimento sempre maggiore delle donne e la presa di coscienza della necessità di un ruolo più ampio nel dialogo sull’architettura moderna è sempre più forte. 

Le grandi eccellenze, però, non mancano. Il pensiero va subito a Zaha Hadid, che ha superato i confini del genere e ha lavorato su progetti che rimarranno nella storia contemporanea. È quasi riduttivo definirla Archistar al femminile, la Hadid è l’architettura. Stesso discorso vale anche per la giapponese Kazuyo Sejima e il lavoro con il suo studio, SANAA, Sejima, Nishizawa & associati, nonché quello nell’insegnamento, tra Princeton e il Politecnico di Milano. Anche l’architettura italiana fa parte di questo discorso sulle Archistar donne: l’indimenticabile Gae Aulenti, designer e architetta, che ha segnato l’intera storia del nostro paese, assieme a Lina Bo Bardi, italiana naturalizzata brasiliana che ha iniziato con Gio Ponti per poi arrivare al modernismo brasiliano degli anni ’50. 

Gli esempi di eccellenza al femminile aumentano di anno in anno, ma ragionare di Archistar donna non basta per completare il discorso. La necessità reale dell’architettura e dei dialoghi e manifestazioni su di essa è quella di introdurre sempre più architette negli studi e dare loro ruoli di responsabilità. Del resto un’indagine del 2017 condotta dal Cresme (Centro di ricerche di mercato, servizi per chi opera nel mondo delle costruzioni e dell’edilizia) e il Consiglio europeo degli architetti dimostra che in Italia il 42% degli architetti è donna, contro il 58% della Grecia e il sorprendente 25% del Regno Unito. Fanalino di coda l’Austria: sul numero totale degli architetti solo il 18% è donna. Con questi numeri, e una media europea del 39%, è naturale che si cominci a ragionare anche di pari guadagno e visibilità, meta tuttora lontana per quasi tutti i paesi Europei. Fortunatamente la tendenza, almeno in Italia, evidenzia una riduzione progressiva del pay gap rispetto a 20 anni fa. Questo dato, però, deve essere accompagnato da un discorso molto più ampio. Le architette hanno bisogno di tutela sul lavoro che garantisca loro stessa paga e prestigio, come auspicato prima, ma anche tutela dalle molestie e dalle discriminazioni, per rendere concreto l’unico obiettivo importante: la parità di diritti anche in questo campo. 

Alessia Ragno